Il Consiglio dei ministri ha fissato il referendum sullo stop alle trivelle: la consultazione si terrà il 17 aprile quindi non insieme alle amministrative, in un election day che avrebbe tra l'altro fatto risparmiare centinaia di milioni di euro ai cittadini.
Ecco il “volto fossile” del governo. Il tentativo è dimettere i bastoni tra le ruote al referendum, dopo aver cercato in tutti i modi di svuotarlo di contenuti.
Tecnicamente si voterà solo sulla durata delle concessioni attive all'interno delle 12 miglia dalla costa, perché il governo è riuscito a devitalizzare gli altri quesiti con norme che hanno modificato il quadro sottoposto al vaglio dei giudici, ma il senso della consultazione è evidente e, comunque vada, dalle urne uscirà un messaggio chiaro. Del resto andò così anche nel 1987, all'epoca del primo referendum sul nucleare in cui formalmente si discuteva solo di incentivi ai Comuni che accettavano le centrali e degli investimenti dell'Enel all'estero, ma di fatto si votava su una politica energetica che aveva una larghissima maggioranza parlamentare e che uscì battuta dal voto popolare.
Il partito pro trivelle “ci prova”: i giacimenti sono lì, perché non usarli?
Ma è il contesto che li spiazza. Il mese scorso a Parigi si è conclusa con un consenso unanime la conferenza sul clima delle Nazioni Unite che ha affermato l'obiettivo di mantenere la crescita della temperatura del pianeta ben sotto i due gradi.Gli scienziati hanno spiegato che non c'è modo di raggiungere questo obiettivo, indispensabile per evitare una devastante accelerazione del cambiamento climatico, senza tagliare in modo rapido e radicale l'uso dei combustibili fossili. Si calcola che i due terzi delle riserve conosciute debbano restare sottoterra se si vuole dare stabilità all'atmosfera.
A queste preoccupazioni si sommano quelle degli operatori turistici, dei pescatori, degli agricoltori che temono l'effetto boomerang delle trivelle sulla loro attività.
I nuovi pozzi darebbero un vantaggio economico reale e duraturo? E a che prezzo ambientale? Quanta parte di questo eventuale beneficio resterebbe in Italia?
Ad aprile 2015 le compagnie petrolifere che hanno presentato richieste di permesso di prospezione e di ricerca erano in tutto 17 di cui 5 britanniche , 3 australiane, 2 norvegesi, 1 irlandese, 1 statunitense. Spesso piccole società che realizzano un vantaggio perché se ottengono il permesso il loro titolo guadagna qualche punto in Borsa.
Quella del petrolio è una ricetta vecchia che oltretutto non porta guadagni ai territori che subiscono le trivellazioni.
Una crescita dell'estrazione di idrocarburi dal territorio nazionale era stata in realtà già prevista tre anni fa dalla Sen (Strategia energetica nazionale) che però aveva aggiunto un dato importante: arrivando a un aumento del 148 per cento di greggio, le riserve nazionali si esaurirebbero in 10 anni. Secondo i calcoli di Legambiente, se usassimo solo il petrolio nazionale le riserve nascoste sotto i fondali marini finirebbero in 50 giorni. E per quanto riguarda il gas, più concentrato nell'Adriatico settentrionale, i numeri sono ancora più piccoli. "Se vogliamo ridurre la bolletta energetica degli italiani è meglio pensare ad altro", osserva il direttore di Legambiente Stefano Ciafani. "Ad esempio a sostenere l'industria nazionale delle rinnovabili, che ha creato oltre 100 mila posti di lavoro e fornisce circa il 40% dell'elettricità. O a spostare una quota di traffico dalla gomma al ferro, smettendo di regalare ogni anno 400 milioni di euro all'autotrasporto".

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